“Avvelenate
in ospedale”

Un gruppo di infermiere
del San Giovanni
di Bellinzona denuncia:
“siamo state contaminate
da chemioterapici
e Formaldeide”.
Tutte hanno contratto
tumori e malattie
autoimmuni.
Una è morta

Corsie pericolose

Testimonianze, documenti, analisi.
La ricostruzione
di una vicenda destinata
a far discutere.
Perché fatta di sofferenze.
 E anche di morte

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“Contaminate
da chemioterapici
e formaldeide,
l’ospedale indaghi”


Un gruppo di infermiere denuncia
mentre il San Giovanni
di Bellinzona replica:
“Non si tratta di malattie professionali,
nessuna prova scientifica
e nessi di causalità”.

C’è una lettera. Una di quelle lettere, in un mare di documenti, che inaspettatamente riassumono tutto. Il prima e il dopo. Ma non è la lettera che segna l’inizio della vicenda. La data che vi si legge, quella della primavera 2019, indica l’inizio del secondo capitolo della storia, forse l’ultimo, il più difficile, che chissà quando terminerà. Semmai terminerà. La lettera è stata scritta da un gruppo di infermiere che, tra gli anni Ottanta e lo scorso decennio, ha lavorato nel reparto di chirurgia dell’ospedale San Giovanni di Bellinzona. Erano anche impiegate - così accadeva - nella preparazione dei farmaci destinati alla chemioterapia. E qui, proprio qui sta il nocciolo della questione, che è poi la denuncia contenuta nella lettera. La tossicità di quei prodotti, il pericolo, il grave pericolo per la salute se la preparazione non avviene rispettando precise condizioni di sicurezza. Ed è quel che è accaduto secondo la denuncia. Negli anni Ottanta e prima ancora, poi tra il ‘90 e il ‘93 e nei primi del 2000. Che dice ora l’ospedale? “Non ci sono prove scientifiche né nessi di causalità. Le loro non sono malattie professionali”.

Hanno lavorato per diversi anni nello stesso reparto di chirurgia. Loro stesse preparavano i citostatici.
Hanno contratto patologie simili. “Disfunzioni” autoimmuni e tumori. Una di loro non ce l’ha fatta.
Erano gli anni ’70, ’80 e ’90. Ma anche all’inizio del 2000...

Tutte e sette le infermiere si sono ammalate, chi prima chi dopo. E una del gruppo è morta la scorsa primavera. Tumori e malattie autoimmuni, patologie quest’ultime in cui il sistema immunitario attacca e distrugge i tessuti sani del nostro organismo.
In quella lettera di denuncia, scritta e firmata nella primavera del 2019, si riflette sulla possibilità concreta, secondo le infermiere, che ci sia un denominatore comune per tutte quelle malattie. Un’unica causa.
Le sette infermiere hanno spiegato la loro storia in una sola cartella. Poco più in verità. Due fogli A4 che spiccano fra le decine, centinaia di documenti che permettono di ricostruire la vicenda. Una vicenda per cui il Caffè ha messo i fatti uno in fila all’altro grazie a testimonianze, ricordi, certificati medici, indagini medico-scientifiche… Tessera dopo tessera il Caffè ha ricostruito il puzzle. Un mosaico complesso in cui alla fine, si fa per dire, si trova la recente risposta, era lo scorso luglio, dell’ospedale di Bellinzona, quindi dell’Ente ospedaliero cantonale (Eoc) di cui è parte. L’Ente afferma che sulla base delle “evidenze scientifiche attualmente disponibili, non si può definire un nesso di causalità diretto conclusivo tra chemioterapici / formaldeide (ndr. un prodotto per disinfettare, ma questo è un altro capitolo della storia su cui torneremo più avanti) e le patologie sviluppate dalle collaboratrici”.
La risposta, con la sintesi dei risultati delle ricerche effettuate, vorrebbe di fatto mettere un punto alla vicenda. Ma così non è. La denuncia non si ferma.


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Mobirise

La denuncia di un gruppo di infermiere del San Giovanni. Tutte ammalate gravemente. Una è morta recentemente

Nella primavera del 2019
Ripartiamo dalla lettera scritta nella primavera del 2019. È stata spedita all’Ufficio dell’Ispettorato del lavoro, a quello del Medico cantonale e alla direzione dell’ospedale San Giovanni. In fondo, sette firme. La prima è quella dell’infermiera che dall’inizio degli anni Duemila e soprattutto ora è stata ed è la più determinata. Determinata nonostante le malattie la stiano duramente provando.
Lei non lavora più. Ha 60 anni. Dal 2017 il medico curante l’ha dichiarata “inabile al lavoro al cento per cento”.
La chiameremo Maria, un nome di fantasia, sebbene lei dica… “ma che importa l’anonimato! Chi deve sapere sa. Non mi sono mai nascosta nel portare avanti questa lotta anche a nome delle mie colleghe. Perché mai dovrei nascondermi!”.
Già, la sua battaglia. È una lotta che richiama nella sua mente quella di Erin Brockovich. È la protagonista del film “Forte come la verità”. La storia, la storia vera di Erin, la donna che intentò una causa a un’azienda accusandola di aver contaminato con il cromo esavalente le acque di un piccolo comune della California. Era la seconda metà degli anni Novanta. Erin vinse la causa contro la Pacific Gas & Eletric.

“Ho iniziato nel 1986”  
Nella lettera della primavera 2019 all’Ispettorato del lavoro, al Medico cantonale e alla direzione dell’ospedale, l’infermiera Maria (che ora è seguita, come le sue colleghe, a titolo gratuito da un legale) spiega il lavoro svolto un tempo nel reparto di chirurgia (quello con i chemioterapici) e il perché dell’utilizzo della formaldeide (contenuta in un prodotto, Buraton, sostanza a talune percentuali considerata fortemente nociva).
Ecco cosa si legge nella lettera.
“Ho iniziato a lavorare all’ospedale di Bellinzona nel 1986. Reparto chirurgia uomini. Allora si usava il disinfettante per superfici Buraton. Questo prodotto tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta non venne più utilizzato. Ci dissero fosse altamente tossico e cancerogeno. A quel tempo ne facevamo ampio uso, tanto che il nostro fu ritenuto il reparto più pulito. Le statistiche della ‘farmacia’ evidenziarono il nostro primato nell’uso dei disinfettanti. In quel periodo non disponevamo di protezioni particolari. Per la disinfezione delle superfici utilizzavamo dei guanti di plastica fine”.
Fin qui la prima parte della lettera. Sintetica, ma eloquente, sull’esposizione al ‘pericolo formaldeide’. Questa sostanza figura in un’Ordinanza federale del Dipartimento dell’Interno del 1960 sulle sostanze chimiche nocive.

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“Preparazione in reparto”
Torniamo alla lettera, torniamo alla sua seconda parte, quella in cui si fa riferimento alla lavorazione dei farmaci per la chemioterapia. Una preparazione che comporta rischi se non si è adeguatamente protetti e all’interno di locali dotati di “campane” di aspirazione. I pericoli, insomma, non sono da sottovalutare.
Negli anni in cui sono accaduti i fatti la preparazione dei chemioterapici sarebbe dovuta avvenire negli ambulatori oncologici. Ora, da alcuni anni a questa parte, le cose sono cambiate. Tutto avviene nei laboratori di farmacia dei singoli ospedali. Ma un tempo, negli anni Settanta, Ottanta e tra la fine dei Novanta e il Duemila... Leggete attentamente la loro ricostruzione.
Nella lettera di denuncia le infermiere raccontano che a quel tempo le preparazioni avvenivano direttamente nel reparto di chirurgia. “È accaduto - spiega oggi Maria - soprattutto negli anni Settanta, Ottanta e sino all’inizio degli anni Novanta; penso sino al ‘92 o al ‘93. E tutti evidentemente ne erano al corrente. Quantomeno lo erano i medici che passavano a noi, infermiere di chirurgia, le richieste per le terapie dei singoli pazienti. Non so perché ci avessero chiesto di lavorare lì, in uno spazio piccolissimo per altro..., non saprei. Noi abbiamo eseguito le indicazioni ricevute. Nel locale infermiere c’era un armadio a due ante con un ripiano estrabile. Si lavorava lì sopra e inizialmente, io sono arrivata al San Giovanni nel 1986, senza guanti, senza manicotti, senza alcuna visiera”.

“Non avevamo protezioni né una cappa”

Ma anche all’inizio del 2000...
Riprendiamo la lettera. Così si legge: “Per la preparazione dei chemioterapici, la cui somministrazione in quegli anni iniziava nell’immediato post-operatorio (...) non avevamo a disposizione delle ‘cappe’ aspiranti e certamente non avevamo dispositivi di protezione individuali. E la preparazione (...) era pressoché quotidiana”.
È così, in quelle condizioni, ricorda l’infermiera Maria, “si è lavorato sino all’inizio degli anni Novanta. Da lì in poi e sino al Duemila, le preparazioni sono state spostate in ‘Oncologia’. Ma una volta unificati i reparti di Chirugia 1 e 2, la preparazione dei chemioterapici è ritornata nel nostro reparto che però, a differenza del passato, aveva sì un locale con tanto di ‘cappa’ aspirante ma... era piccola, non adeguata, non sufficientemente adatta allo scopo. Cioè proteggerci”. Poi, a partire dal 2004, al San Giovanni la produzione di citostatici è stata centralizzata.

“Abbiamo forti sospetti” 
Ed ecco il finale della lettera, le parole che hanno dato inizio al secondo capitolo della vicenda. Cioè la lotta, la battaglia perché si approfondisca l’esistenza di un possibile nesso fra la preparazione dei chemioterapici, l’utilizzo della formaldeide e le malattie contratte dalle sette infermiere.
“Desideriamo portare l’attenzione sul fatto che tutte, tutte quante ci siamo ammalate in modo più o meno grave di patologie autoimmuni e tumori. Per un certo periodo abbiamo accettato una visione fatalista di questa situazione. Però - con l’incidenza con cui siamo state colpite, il cento per cento -, è stato inevitabile il sentore che vi fosse qualcosa di anomalo. Questo ci ha portate a fare delle ricerche. E a concludere che - da quanto possiamo considerare associando i nostri sintomi e le nostre patologie alla tossicità delle sostanze a cui siamo state esposte in maniera intensiva e senza le dovute protezioni - sia verosimile supporre l’esistenza di una forte relazione di causa-effetto”.

Mobirise

Le analisi sui prodotti per disinfettare e sulla lavorazione per i chemioterapici.
“In un piccolo spazio in chirurgia”

L’ordinanza federale
E poi, loro stesse, le sette infermiere con alla testa Maria, nel penultimo capoverso della lettera citano l’Ordinanza federale del 1960, quella sulle “misure tecniche per la prevenzione delle malattie professionali causate da sostanze chimiche”. Citano quell’Ordinanza e scrivono: “Avremmo dovuto beneficiare delle debite protezioni. Pertanto auspichiamo oggi di poter ricevere un giusto trattamento e quindi chiediamo che questo aspetto venga ulteriormente indagato”. Concludono così. Un auspicio dopo una denuncia inquietante. Un auspicio dopo il racconto di malattie e di morte.
Che dice oggi Maria? Che dice a un anno e mezzo da quella denuncia? “La nostra battaglia prosegue. Continua per noi e per tutti quei colleghi che, chissà?, magari venendo a conoscenza della nostra vicenda ritorneranno con la mente a quegli anni. L’Ordinanza federale parla di protezioni, misure tecniche per la prevenzione?! Ricordo di aver iniziato, come abbiamo scritto era la metà degli anni Ottanta, addirittura senza guanti. Dopo qualche mese, non ricordo quando, furono introdotte mascherine e guanti. Ma non c’era alcuna ‘campana’ di aspirazione nel piccolo locale del nostro reparto. E si pensi alcune di noi avevano iniziato a lavorare in chirurgia uomini diversi anni prima”.

LA REAZIONE

Le prime risposte ufficiali,
la richiesta delle diagnosi
poi la convocazione

Era la primavera del 2019. L’ufficio dell’Ispettorato del lavoro rispose nell’arco di pochi giorni alla lettera di denuncia delle sette infermiere. Scrisse di aver segnalato la vicenda alla Suva, cioè l’assicurazione infortuni. Ma nella brevissima lettera fece riferimento solo all’utilizzo del Buraton: “Da quanto indicatoci questo prodotto era sospetto cancerogeno”. L’Ispettorato scrisse proprio così.

L’ispettorato e la Suva 
Suva rispose qualche mese dopo, in ottobre. “Un sospetto di malattia professionale va comunicato all’Assicurazione infortuni interessata. Questa comunicazione può essere fatta sia dal datore di lavoro, sia dal medico curante che dall’assicurato stesso. Dal momento che né l’ex datore di lavoro né il medico curante sembrano intenzionati a fare questa comunicazione…”. Insomma, la palla ritornò nella metá campo di Maria, delle sue ex colleghe e dell’avvocato che le segue. Spetta a loro annunciare il sospetto di una malattia professionale e chiedere una decisione.

Il medico cantonale
Alla lettera della primavera del 2019 il Medico cantonale rispose il 20 dicembre di quell’ anno. Scrisse di sapere che “nel frattempo” l’Ente ospedaliero aveva contattato il gruppo di infermiere. E in merito al Buraton, “impiegato tutt’oggi quale disinfettante per superfici - spiegò -, ritengo sia importante analizzare nel dettaglio la questione con l’Ente ospedaliero (…). Onde evitare che ulteriore personale venga eventualmente esposto, ritengo importante fare chiarezza alfine di accertare o di escludere potenziali relazioni tra l’esposizione alle sostanze e le patologie osservate”. Fare chiarezza, dunque. Ma chi deve fare chiarezza? E sulla preparazione dei chemioterapici in reparto? La risposta del Medico cantonale non ne fece alcun accenno.

L’ente ospedaliero
Eccoci al terzo destinatario della lettera delle infermiere. L’ospedale di Bellinzona. La direzione, dopo aver ricevuto la denuncia, prese contatto con loro e le incontrò il 9 dicembre di quell’anno, cioè il 2019. Chiese di poter avere le loro cartelle mediche con le relative diagnosi.
Fu un incontro interlocutorio, per così dire, un incontro per sottolineare la necessità di un accertamento medico-scientifico volto a verificare un’eventuale correlazione tra l’esposizione a talune sostanze e lo sviluppo di alcune malattie.

L’inchiesta dell’Ente ospedaliero

“Non c’è evidenza scientifica,
non c’è un nesso di causalità”

Gli accertamenti escludono legami tra il lavoro svolto e le patologie

Tra l’autunno e l’inverno del 2019 la direzione dell’ospedale San Giovanni di Bellinzona incontrò il gruppo di infermiere autrici della lettera di denuncia scritta l’estate di quell’anno. Incontrò inizialmente il gruppo (delle firmatarie, una stava molto male e sarebbe morta mesi dopo, un’altra aveva lasciato la Svizzera) e poi ebbero dei colloqui personali con il dottor Carlo Balmelli, responsabile del Servizio di prevenzione delle infezioni e medicina del personale dell’Ente, in quando specialista in “internistica” e malattie infettive.
La direzione del San Giovanni fece anche effettuare una valutazione tossicologica per verificare l’eventuale correlazione tra la formaldeide contenuta nel Buraton (prodotto per la disinfezione), i chemioterapici e le patologie riscontrate nel gruppo di infermiere. La valutazione venne condotta dal professor Alessandro Ceschi, specialista in tossicologia e direttore medico dell’Istituto di scienze farmacologiche della Svizzera italiana. Con lui, anche la sua collaboratrice Francesca Bedussi.

Le conclusioni
Nel febbraio del 2020 inviano le loro conclusioni contenute in una cartella e mezza. Dicono di non avere elementi utili per determinare quantitativamente l’esposizione cumulativa alle sostanze considerate, cioè la formaldeide e i chemioterapici. Il loro utilizzo non era continuo, afferma la direzione dell’ospedale San Giovanni, ovvero durante tutta la giornata lavorativa. Inoltre, si aggiunge nella risposta, “non abbiamo elementi per determinare che le misure di sicurezza raccomandate all’Ente ospedaliero non corrispondessero allo standard dell’epoca”.
Quale epoca? Secondo la risposta della direzione dell’ospedale tutto è avvenuto nel “decennio tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima metà (Buraton) e la seconda metà (chemioterapici) degli anni Novanta”. È una finestra temporale, quest’ultima, contestata dalle infermiere attraverso una lettera di risposta del loro legale.
Ma torniamo a quanto scritto e a quanto concluso dalla direzione del San Giovanni. “La ricerca, sulla base delle evidenze scientifiche attualmente disponibili, non ha permesso di definire nessi di causalità diretti conclusivi tra chemioterapici/formaldeide e le patologie sviluppate dalle collaboratrici. Patologie, soprattutto quelle oncologiche, relativamente frequenti soprattutto in una popolazione non giovane”. Così conclude la direzione dell’ospedale dicendosi comunque disposta ad un ulteriore colloquio “alla presenza dei professionisti che hanno effettuato gli accertamenti”.

Solo gradualmente nel tempo sono state introdotte misure di sicurezza individuale.
Per poi spostare la preparazione altrove

L’insoddisfazione
Il gruppo di infermiere non si dice soddisfatto della risposta. Vengono così chiesti ulteriori approfondimenti.
Hanno quasi sempre lavorato insieme e nello stesso reparto, “sino e compreso l’ultimo lustro o decennio - ricordano e precisano attraverso il loro legale -. In quest’ultimo decennio l’ospedale ha trasferito la preparazione dei medicinali dal reparto al laboratorio. E in precedenza aveva introdotto maschere e guanti all’uso delle infermiere che preparavano i medicinali in reparto. Per cui - aggiungono le infermiere - considerare solo il decennio 1985-1995 non sembra sufficiente, come non sembra sufficiente limitarsi ad affermare che le misure di sicurezza corrispondevano agli standard dell’epoca”.

Gli approfondimenti 
Ecco allora che il gruppo chiede ulteriori approfondimenti. Chiede alla direzione dell’ospedale di mettere nero su bianco le date e i motivi dell’introduzione delle misure supplementari di sicurezza. E cioè: guanti corti e guanti lunghi; occhiali. In quale locale venivano preparati i chemioterapici? Quali altri misure e quando sono state introdotte? In che data la preparazione è stata trasferita in oncologia? Non solo.
Dati gli incontri avuti dalle infermiere con il dottor Balmelli e il professor Ceschi, data la conoscenza delle loro cartelle cliniche, il legale delle infermiere chiede di sapere con esattezza quali sono state le patologie considerate nella valutazione e quali sono le malattie e le caratteristiche comuni di cui soffrono e hanno sofferto le sette donne.
Ma non è finita con le richieste all’Ente. Le infermiere domandano l’elenco dei farmaci e delle sostanze verificate e la “fonte scientifica che ha determinato l’Ente ospedaliero a introdurre progressivamente nuove misure di sicurezza”. Perché queste misure se prima...?

Le parole

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Le patologie
L’Ente risponde alle richieste delle infermiere, erano datate 18 febbraio, lo scorso 10 luglio. Entra nel dettaglio delle patologie considerate, delle medicine analizzate. Nella premessa, però, afferma una cosa importante. Qualcosa in assoluto contrasto con la lettera di denuncia delle infermiere. Ignora (e di fatto contesta) il fatto che loro preparassero direttamente nel reparto di chirurgia uomini le chemioterapie. Nella lettera dell’Ente si legge così: “Evidenziamo che, per quanto ci consta, la preparazione dei citostatici (ndr. chemioterapie) non avveniva nei reparti, bensì nell’ambulatorio di oncologia con gli adeguati mezzi di protezione in uso all’epoca. Successivamente tale attività è stata centralizzata nella farmacia del nosocomio”.
E questo, proprio questo è un punto importante nel contrasto tra infermiere e direzione dell’ospedale. Tanto che il gruppo un mese dopo, nell’agosto del 2020, ha raccolto alcune testimonianze scritte da ex colleghi. Testimonianze per provare la veridicità di quanto da loro affermato circa il luogo di preparazione delle chemioterapie negli anni Ottanta e sino al ‘92/’93.

Malattie autoimmuni e tumori 
Nella lettera datata 10 luglio la direzione dell’ospedale elenca nel dettaglio le malattie riscontrate nel gruppo di infermiere. Quelle oncologiche, reumatologiche, endocrine-tiroidee, allergiche/immunologiche, sintomatologie polmonari e altri mali. E così commenta dopo il lungo elenco: “Ciò che accomuna le infermiere sono, per quanto abbiamo potuto sino ad ora constatare, tre malattie autoimmuni (di cui una ancora in fase di accertamento da parte del medico curante) e due neoplasie, differenti fra loro (Malt-linfoma gastrico e adenocarcinoma polmonare)”. Sono sei i prodotti/sostanze fatte verificare dalla direzione dell’ospedale. Primo fra tutte il Buraton.
Dunque nella lettera di luglio la direzione dell’Ente ospedaliero risponde sì dettagliatamente, ma non entra nel merito delle date e delle ragioni che hanno determinato l’introduzione delle misure supplementari di sicurezza. E cioè: perché e quando sono stati introdotti i guanti e gli occhiali? Quando è avvenuto il trasferimento nel laboratorio centralizzato dell’ospedale?

Le regole federali

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La scienza
Torniamo alle conclusioni dell’Ente. Quelle del 10 luglio 2020.
“I dati oggi disponibili non permettono di supportare un evidente nesso di causalità tra l’asserita esposizione a chemioterapici e l’adenocarcinoma polmonare e/o Malt linfoma gastrico. Non vi sono dati che permettano di correlare il Malt linfoma gastrico all’esposizione professionale a formaldeide.
“Di contro - si aggiunge -, non è possibile escludere che l’esposizione a formaldeide possa aumentare il rischio di localizzazione neoplastica polmonare, sebbene i dati ad oggi disponibili siano discordanti e vada sottolineato che una recente revisione sistematica della letteratura con meta-analisi (gennaio 2020) non ha evidenziato un significativo incremento del rischio di tumore polmonare in lavoratori esposti a formaldeide. Tali dati si riferiscono inoltre a situazioni con esposizione prolungata nel tempo”.
Per quanto riguarda invece le patologie reumatologiche, le endocrine tiroidee e le allergiche immunologiche, nella risposta dell’Ente si afferma che: “Non esiste, per quanto ci consta, documentazione conclusiva relativamente ad un eventuale nesso causale tra l’esposizione a farmaci chemioterapici e/o formaldeide e lo sviluppo di queste patologie”.
Il finale della lettera meraviglia non poco le infermiere e il loro legale. Perché? Così si legge nella lettera: “Nell’ipotesi in cui - nonostante i nostri sforzi di chiarimento - intendeste domandare una spiegazione in sede giudiziaria della presente fattispecie, immaginiamo che oltre alla mancanza di un nesso causale si potrebbero porre pure delle limitazioni giuridiche riferite alla tempistica di segnalazione”. Che vuol dire? La vicenda è ... prescritta. Insomma, è “scaduta” giuridicamente. Ma le infermiere contestano, perché...

L’Ente: “Fatti prescritti”
“È falso, in ogni caso
voi dovreste avere
responsabilità sociale”

Le tesi dell’una e dell’altra parte nel caso di un’azione giudiziaria

L’Ente ospedaliero lo ha scritto e sottolineato il 10 luglio scorso. Dopo aver spiegato i risultati delle loro indagini interne ha concluso ricordando che, nel caso in cui la vicenda fosse approdata in una “sede giudiziaria”, le infermiere avrebbero dovuto tenere conto, oltre che della mancanza di un nesso causale tra i lavori svolti e le patologie riscontrate, anche del fatto che la vicenda è caduta, a dire dell’Ente ospedaliero, in prescrizione.
L’affermazione è stata immediatamente contestata dal legale del gruppo di infermiere. “Sono sorpreso dal rifiuto di rinunciare all’eccezione di prescrizione che, anche a beneficio dei vostri consulenti, segnalo essere di dieci anni dalla cessazione dell’esposizione e che, dopo una recente modifica, il termine è stato prolungato (ndr. 20 anni), quale conseguenza di una sentenza europea”. Il legale va oltre e aggiunge: “Questo vostro incredibile rifiuto di un’usuale richiesta di rinuncia alla eccezione di prescrizione durante gli accertamenti arriva da un soggetto pubblico che si occupa di sanità e che è rivolto ad ex collaboratrici gravemente malate (nel frattempo una è defunta)”. Insomma, si legge fra le righe della lettera di reazione dell’avvocato, un ente come il vostro dovrebbe avere in primo piano la responsabilità sociale. Ed è per questa ragione che lo scorso autunno il gruppo di infermiere si è rivolto anche al Consiglio di amministrazione dell’Ente ospedaliero.

Non risulta che a tutt’oggi il Consiglio di amministrazione dell’Ente abbia preso e comunicato una posizione ufficiale. Le infermiere mesi fa si sono anche rivolte direttamente al direttore della dipartimento della Sanità, Raffaele De Rosa. Il ministro è peraltro membro di diritto dell’Ente ospedaliero.
Da quel che si intuisce a motivo del rifiuto di sottoscrivere l’usuale dichiarazione di rinuncia alla prescrizione, la direzione del San Giovanni adduce questa motivazione. Visto che la prescrizione, così si sostiene, sarebbe nel frattempo intervenuta (si ignora però la decisione europea che prolunga a vent’anni i tempi), una dichiarazione di rinuncia creerebbe, sempre secondo il San Giovanni, false aspettative nella controparte.
Si tratta, come è evidente, di una motivazione quantomeno curiosa. In realtà, così è nella prassi, la dichiarazione di rinuncia alla prescrizione è un atto di lealtà dovuto nel contesto di una trattativa amichevole. Ciò per evitare che la parte che avanza la pretesa sia sotto la pressione del tempo.
Come detto, la direzione dell’ospedale di Bellinzona ritiene che ogni pretesa sarebbe oggi già prescritta, in applicazione della Legge cantonale sulla responsabilità degli enti pubblici. Una conclusione, quest’ultima, che la controparte respinge. Perché? La Legge sulla responsabilità ha natura “sussidiaria” e si applica solo nei casi in cui la responsabilità, appunto, non sia già regolata da un’altra Legge, federale o cantonale. In questo caso la responsabilità dell’Ente ospedaliero si basa sul contratto di lavoro, disciplinato dal diritto privato (Codice delle obbligazioni).
Nel caso in questione una eventuale pretesa di risarcimento (delle infermiere nei confronti dell’Ente per i danni alla salute subiti a seguito dell’esposizione ad alcune sostanze nocive) si prescrive al più tardi 20 anni dopo l’ultima esposizione senza le necessarie misure di protezione. E questa, cioè l’ultima esposizione, stando alla ricostruzione fatta dalle infermiere, risale all’inizio del 2000, 2004 per la precisione cioè, al momento del trasferimento della preparazione dei chemioterapici nel laboratorio farmaceutico centralizzato.
Le infermiere sostengono infatti di aver lavorato in ‘Chirurgia 1’ sino al ‘92-’93 senza alcuna “cappa” di aspirazione. Successivamente e sino al 2000 (“forse poco prima”) in ‘Oncologia’ con adeguate misure di sicurezza. Ritornate in ‘Chirurgia’ il problema si è ripresentato, sostengono, perché la “cappa non era adeguata, non era conforme, era piccola... Quindi - spiegano - il sistema di lavorazione non era sufficientemente sicuro”. E così, stando ai fatti da loro raccontati, l’ultima esposizione a rischio sarebbe avvenuta al più tardi nel 2004. Vale a dire 17 anni fa. Ecco perché la vicenda non è a loro dire ancora “caduta in prescrizione”.

Mobirise

TRE TESTIMONIANZE DI EX COLLEGHI
“Non ho mai visto dispostivi di protezione individuali”,
afferma un medico che ha lavorato
nel ‘76 e nel ‘77 in chirurgia a Bellinzona.
È una delle tre testimonianze.

Alcuni colleghi hanno testimoniato:
“Quel che dicono è vero perché...”

Di fronte all’affermazione dell’ospedale, quindi dell’Ente ospedaliero cantonale (Eoc), che la preparazione dei chemioterapici avveniva nell’ambulatorio di oncologia e non nei reparti, come affermato dalle infermiere, il legale delle infermiere ha fatto giungere all’ospedale tre testimonianze scritte e firmate. Quella di un medico del Bellinzonese, W.S. “Ho lavorato nel 1976 e 1977 nel reparto di chirurgia dell’ospedale San Giovanni. A suo tempo i preparati citostatici venivano allestiti direttamente nel reparto. Durante questa procedura non ho mai visto e non ero a conoscenza del fatto che venissero usati dispositivi di protezione individuale”. Quella di un caporeparto, G.P., che ha lavorato tra il 1972 e 1986 in chirurgia. “In quel periodo - dice - si preparavano in reparto e si somministravano citostastici di vario tipo senza particolari precauzioni. Lavoravano con me anche le infermiere Maria e Anna (nomi di fantasia, come abbiamo detto in apertura del servizio principale), che fra l’altro preparavano e somministravano anche citostatici, ordinati da un medico assistente di oncologia per alcuni pazienti”. La terza dichiarazione è quella di un’infermiera, un tempo caporeparto, G.A. “Dichiaro che all’inizio, in chirurgia, ho iniziato nel 1979, la chemioterapia si preparava e si somministrava in reparto senza alcuna protezione. In seguito sono stati introdotti guanti e mascherine, poi ancora maniche monouso per proteggere le parti scoperte del corpo ma non c’era nessuna cappa di aspirazione. Solo con il trasferimento nel nuovo reparto di chirurgia, più o meno nel 2000, è stata aggiunta la cappa. Nel 2012, o forse anche più tardi, tutta la preparazione della chemioterapia è stata trasferita e centralizzata in farmacia”.